La Comedìa, conosciuta anche come Commedia o Divina Commedia è un poema di Dante
Alighieri, scritto in terzine incatenate di versi endecasillabi, in lingua volgare fiorentina. Composta secondo i critici
tra il 1304 e il1321, anni del suo esilio in Lunigiana e Romagna, la Commedia è l'opera più celebre di Dante, nonché
una delle più importanti testimonianze della civiltà
medievale; conosciuta e studiata in tutto il mondo, è ritenuta da alcuni il più
grande capolavoro della letteratura di tutti i tempi.
Il poema è diviso in tre parti,
chiamate cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso),
ognuna delle quali composta da 33 canti (tranne l'Inferno, che contiene un
ulteriore canto proemiale). Il poeta narra di un viaggio attraverso i tre regni
ultraterreni che lo condurrà fino alla visione della Trinità. La sua rappresentazione
immaginaria e allegorica dell' oltretomba cristiano è un culmine della visione medioevale del mondo sviluppatasi nella Chiesa cattolica.
L'opera ebbe subito uno straordinario
successo, e contribuì in maniera determinante al processo di consolidamento del
dialetto toscano come lingua
italiana. Il testo, del quale non si possiede l'autografo, fu infatti copiato
sin dai primissimi anni della sua diffusione, e fino all'avvento della stampa, in un ampio numero di manoscritti.
Parallelamente si diffuse la pratica della chiosa e del commento al testo, dando vita a
una tradizione di letture e di studi danteschi mai interrotta; si parla così di secolare commento. La vastità
delle testimonianze manoscritte della Commedia ha comportato una oggettiva difficoltà
nella definizione del testo
critico.
Oggi si dispone di un'edizione di riferimento realizzata da Giorgio Petrocchi. Più di
recente due diverse edizioni critiche sono state curate da Antonio
Lanza e Federico
Sanguineti.
La Commedia, pur proseguendo molti
dei modi caratteristici della letteratura e dello stile medievali (ispirazione
religiosa, fine morale, linguaggio e stile basati sulla percezione visiva e
immediata delle cose), è profondamente innovativa, poiché, come è stato
rilevato in particolare negli studi di Erich Auerbach, tende a una rappresentazione ampia e drammatica della
realtà. È una delle letture obbligate del sistema scolastico italiano.
Curioso notare come tutte le tre
cantiche terminino con la parola "stelle".
("E
quindi uscimmo a riveder le stelle" -Inferno;
"Puro
e disposto a salir a le stelle" - Purgatorio e
"L'amor
che move il sole e l'altre stelle" - Paradiso).
Nel 2002 è stata
inserita nella lista de I
100 libri migliori di tutti i tempi compilata
dalla Norwegian Book Club.
Il racconto dell'Inferno, la
prima delle tre cantiche, si apre con un Canto introduttivo (che serve da proemio all'intero poema), nel quale il poeta
Dante Alighieri racconta in prima persona del suo smarrimento spirituale; si
ritrae, infatti, "in una selva oscura", allegoria del peccato, nella quale
era giunto poiché aveva smarrito la "retta via", quella della virtù
(si ritiene che Dante si senta colpevole, più degli altri, del peccato di lussuria, che infatti, contrariamente alla tipica visione cattolica, nell'Inferno e nel Purgatorio è posto sempre come il meno
grave tra i peccati puniti). Tentando di trovarne l'uscita, il poeta scorge un
colle illuminato dalla luce del sole; tentando di salirvi per avere più ampia visuale, però,
viene ostacolato da tre belve: una lonza (lince), allegoria della lussuria, un leone,
simbolo della superbia, e una lupa, che rappresenta l'avidità,
i tre vizi che stanno alla base di ogni male. Tanta è la paura che il trio
incute, che Dante cade all'indietro, lungo il pendio.
Risollevandosi, scorge l'anima
del grande poeta Virgilio, a cui chiede aiuto. Virgilio rivela che per arrivare alla
cima del colle ed evitare le tre bestie feroci, bisognerà intraprendere una
strada diversa, più lunga e penosa, attraverso il bene e il male, profetizza
che il trio sarà fatto morire da un alquanto misterioso Veltro,
si presenta come l'inviato di Beatrice, la donna amata da Dante (morta a soli ventiquattro anni),
la quale aveva interceduto presso Dio affinché il poeta fosse redento dai
peccati; Virgilio e Beatrice sono in realtà due allegorie rispettivamente della ragione e della teologia: il primo in quanto considerato il poeta più sapiente
della classicità, la seconda in quanto scala
al fattore, secondo la visione elaborata da Dante nella Vita Nuova.
Dalla collina di Gerusalemme su cui si
trova la selva, Virgilio condurrà Dante attraverso l'Inferno e il Purgatorio perché attraverso questo viaggio la sua anima possa
risollevarsi dal male in cui era caduta. Poi Beatrice prenderà il posto di
Virgilio, sarà lei la guida di Dante nel Paradiso. Virgilio, nel racconto
allegorico, rappresenta la ragione, ma la ragione non basta per giungere fino a
Dio; è necessaria la fede, e
Beatrice rappresenta questa virtù. Virgilio inoltre, non ha conosciuto Cristo,
non è battezzato e perciò non
gli è consentito di avvicinarsi al seggio dell'Onnipotente.